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Redattori per 1 giorno

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For the good of the game

Ho iniziato a giocare a golf per puro caso a 26 anni, nel 1987 negli Stati Uniti, precisamente nel Michigan dove vivevo, ed è inutile dire in quanto poco tempo ne divenni fanatico.
Con poche dritte di amici esperti, la possibilità di praticare anche la sera tardi e di giocare su meravigliosi campi pubblici, nel giro di un anno il mio gioco ha raggiunto un livello molto buono per un autodidatta. Un venerdì pomeriggio della primavera 1989, presso il Lincoln Hills Public Golf Course di Birmingham MI, giocai un convenzionale giro con un amico e alla fine il “Pro” responsabile del Golf Course autenticò la mia score card e ufficialmente mi assegnò un bel 19 di hcp, valido a tutti gli effetti.

Migliorai ancora e quando rientrai in Italia dieci anni dopo, pur non essendo un prodigio vantavo un signor 11 di hcp; ma più che altro, ero un golfista puro che riceveva sempre complimenti non tanto per il gioco ma per il comportamento in campo, e questo mi rendeva molto felice. Da allora ne è passato di tempo, altri 10 anni, e sono finiti i giorni del bel gioco: ho poco tempo, ho perso elasticità e molto dell’entusiasmo giovanile. Il golf mi ha dato tante soddisfazioni, ma sono molto nervoso in campo e ad ogni gara il risultato è deludente, al punto che spesso piango! Certo posso vantare molta esperienza, ma il gioco mi soddisfa sempre meno. Una cosa però è immutata: ogni volta che mi accingo ad iniziare un giro, sul tee della buca 1 avverto sempre i brividi per l’emozione dovuta alla sfida che ogni volta il campo mi lancia.

A fronte di questa premessa, ritrovandomi spettatore non entusiasta della sfrenata e forzata divulgazione del golf nel nostro bel paese, mi chiedo perché in Italia sia stato abolito il sistema della variazione di hcp al di fuori di gare ufficiali. Penso che sia tutto vincolato per una questione di interessi, visto che qui da noi non girano molti soldi attorno al golf.

Da anni sono socio orgoglioso della USGA “For the good of the game”, e so che i miei €50,00 annui ad essa devoluti sono ben spesi: seppur da oltreoceano sono sereno sapendo che esiste una Istituzione che tutela la spiritualità del golf e la sacralità dell’approccio a questa disciplina sportiva. Detto questo, apro gli occhi e mi ritrovo in Italia dove se non voglio dimenticarmi del golf devo essere necessariamente affiliato alla federazione. Che tristezza.

Pertanto nel mio piccolo, durante i sempre più sporadici rounds, spero sempre di provare le stesse emozioni di un tempo e di arricchirmi ancora giocando il campo così com’è e la palla come la trovo perché, checché ne dicano i profani ed i golfisti della domenica, il golf è scuola di vita e un continuo e costruttivo confronto con sé stessi.

Stefano Amicarelli


Stefano

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