E’ TUTTA COLPA DELL’ARMANDO
Mi guarda beffarda con la scritta Titleist un po’ di traverso, mentre posata sul tee della otto attende che io la aggredisca col mio Driver.
L’ho fatto mille volte, ma ora sento incombere su di me il bosco sulla destra che oscuro e misterioso è pronto a fagocitare malignamente la mia povera pallina, mentre sulla sinistra, insinuante e pericolosa, al termine di una fatale discesa, l’acqua del ruscello sembra la più probabile sorte che inesorabilmente spetterà alla suddetta Titleist.
Il fairway, che comunque non è più largo di una trentina di metri, mi sembra un budello praticamente impossibile da centrare, ed è quindi con una plateale finta sicurezza che inizio il backswing, ultimato il quale eseguo il downswing, e nel momento in cui impatto la pallina, pronto e rassegnato a vederla andare ovunque tranne che sul fairway, mi sveglio madido di sudore.
Questi sono i miei incubi da quando il mio amico Armando mi ha convinto ad iniziare a giocare a golf.
Io ero una persona serena, un buon lavoro, una buona famiglia, un fisico sportivo, buon tennista, buon subacqueo, buono sciatore, avevo persino la fortuna di non essere interista, cosa potevo volere di più?
Erano una decina di anni che l’Armando mi blandiva con frasi tipo “se tu giocassi a golf saresti sicuramente bravo” oppure “col tuo carattere e la tua grinta saresti sicuramente un buon golfista” ed io glissavo pensando che il golf fosse uno sport da strafighetti snob con poca voglia di faticare.
Poi il mio ortopedico mi diede un out-out, o smettevo di sciare e di giocare a tennis o dovevo operarmi i legamenti di entrambe le ginocchia.
Queste furono le fatali circostanze che mi indussero al tragico errore.
Mi avvicinai al golf con la supponenza e la sicumera di chi è certo di iniziare uno sport nel quale non potrà esimersi dall’eccellere. La presunzione di chi come me nella vita era sempre riuscito facilmente in ogni attività sportiva è il viatico più sicuro per collezionare una interminabile sequenza di brucianti delusioni.
Mia moglie non si capacitava del fatto che non fossi mai soddisfatto delle mie prestazioni golfistiche, e sospetto che intimamente ne fosse felice: finalmente, avrà pensato, ha trovato pane per i suoi denti, il presuntuoso, ma non me l’ha mai detto, e ha sempre cercato di rincuorarmi, facendomi deprimere ancora di più.
Periodicamente avevo delle illuminazioni, non si sa da dove un giorno mi usciva lo swing perfetto, e giocavo come un violino, quindi in attesa della gara della domenica successiva già pregustavo la performance spettacolare ed il punteggio stratosferico con il conseguente abbassamento di handicap, e soprattutto sorridevo di me stesso che fino a quel momento non avevo capito quanto fosse facile quel benedetto movimento che ti consente di mandare la pallina dove vuoi tu.
Poi inesorabilmente arrivava il giorno della gara, e tutte le mie certezze sparivano sul Tee della buca uno, e tornavo ad essere quel povero imbranato in balia di circostanze misteriose ed incontrollabili, che con imbarazzante goffaggine e tremebonda imperizia si sforzava di non essere considerato, dai compagni di gioco, un peso da sopportare per diciotto buche.
E’ stata veramente dura. Non che ora sia finita, semplicemente ora so che la sofferenza è parte integrante del gioco, ad ogni livello lo si pratichi. So che non imparerò mai a giocare come vorrei, e mi accontento di quello che il golf mi da.
E mi da molto, mi costringe a sfidare me stesso ogni volta, ad essere migliore di quello che le mie turbe psichiche mi vorrebbero costringere ad essere, mi sprona a cercare il miglioramento in continuo, pur sapendo che non arriverò mai ad un traguardo accettabile, mi insegna ad accontentarmi di ciò che le mie misere capacità ed il mio fisico di ultracinquantenne mi consentono di ottenere, e soprattutto mi occupa completamente la mente distogliendomi dalle ambasce quotidiane, e facendomi vivere questo meraviglioso e difficilissimo sport in un ambiente sano e meraviglioso.
Ora il golf è il mio migliore amico e so che, salute permettendo, mi accompagnerà tutta la vita, regalandomi tante giornate deludenti e qualche soddisfazione, ma sempre insegnandomi qualcosa ed arricchendomi la vita di una esperienza unica.
Ed è perciò che nel mio intimo, anche se a lui non lo dirò mai, ogni tanto mi dico
” Grazie Armando”.
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